LA BUGIA

” ……il mondo è un paradiso di bugie, quelle tue quelle mie…..” e quelle della politica…….

La bugia, una questione antica come la politica
Intervista a Nadia Urbinati
Questa intervista è pubblicata sul numero 123 del mensile Una città

Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University di New York. Collabora a varie riviste di teoria e filosofia politica

La questione delle “armi di distruzione di massa”, agitata dai governi americano e inglese come giustificazione della guerra contro l’Iraq, si è rivelata una colossale bugia. Ma qual è il peso, il significato, della bugia in politica e soprattutto: è compatibile        la      bugia          politica          con    la       democrazia?……………..”


“Secondo Kant, la bugia è il peggiore dei peccati, la bugia è segno di un potere soverchiante, non semplicemente di potere…. – il potere del despota o “signore-despota paterno”……  Questo potere assoluto – che nessun uomo può e deve avere – è la ragione fondamentale per cui, soprattutto in politica, secondo Kant, la bugia (e la politica che più le è consona   , la “ragion di stato”) è assolutamente da respingersi.”

”La seconda ragione (seconda non per importanza, ma per necessità di ordine del discorso) per cui secondo Kant la bugia deve essere respinta è che essa viola il principio fondamentale della giustizia, ovvero la “universabilità” o “generalizzabilità” (cioè il fatto che una proposizione, un’affermazione, ha valore di norma etica nella misura in cui può essere rispettata da tutti e diventare una regola per tutti)…….Se tutti mentissero non ci sarebbe più possibilità di discriminare fra il giusto e lo sbagliato e la menzogna stessa sarebbe annullata.

Arendt, Hannah, La menzogna in politica. Riflessioni sui «Pentagons Papers»,      a         cura di     Olivia        Guaraldo.

Testo originale a fronte, traduzione di Veronica Santini, Genova-Milano, Marietti,  2006, pp. 85, €. 12,00, ISBN 8821194426.

Recensione di Francesca Rigotti, 14/12/2006

Filosofia politica, Verità, Morale

L’uomo è un essere capace di mentire, lo dice persino la Bibbia: “omnis homo mendax” (Salmo 115, 11). Deve e può per questo mentire? In politica, il luogo delle scelte collettive e che interessano la collettività, si può mentire, certo. Si deve per questo farlo? Devono la pratica della menzogna e del mendacio essere, in politica, tollerate e perdonate se non addirittura incoraggiate? Deve essere la menzogna, per politici e diplomatici, un’arte del mestiere da apprendere ed esercitare?

Spiega Olivia Guaraldo nell’ottima prefazione che per l’A. l’uso politico della menzogna era autorizzato per es. in delicate operazioni di segretezza. Non lo era invece nel caso di una deliberata volontà – come quella dimostrata dagli uffici strategici di Washington – di trascurare se non addirittura disprezzare i fatti. Insomma la Arendt dimostra di sostenere la classica posizione dei “due pesi, due misure”, come se la menzogna saltuaria che copre un aspetto della realtà politica fosse moralmente lecita, quella che sostituisce la realtà invece no.

Ora, che a una corretta pratica democratica sia consentita e perdonata la torbidità invece della trasparenza, la dissimulazione e la segretezza al posto della visibilità è un pessimo segnale dello stato di salute della democrazia, che dovrebbe essere sempre limpida e trasparente. In circostanze di democrazia sana il bugiardo non soltanto è sconfitto dalla realtà, ma viene messo subito in ridicolo quando la altera, come nel caso della menzogna berlusconiana sullo stato dei conti pubblici nel trascorso (per fortuna) governo.

Un altro argomento arendtiano sostiene che la menzogna è lecita se rivolta verso il nemico, condannabile invece se praticata a uso interno nei confronti dei propri concittadini. Posizione morale molto consequenzialista e utilitarista, per non dire opportunistica e camaleontica. Ovviamente questa è una critica rivolta a Arendt dalla postura di chi assegna un posto fondamentale al dovere nella propria posizione morale, postura deontologica rigorosa e per la quale tra la menzogna tradizionale (mentire per ragion di stato) e la falsificazione dei fatti per ragioni di immagine non sussiste una differenza di qualità, come sostiene invece Hannah Arendt.

ADRIANO PROSPERI : La politica è bugia

“C’è un’enorme distanza fra l’alterazione della verità determinata dalla ragion di Stato e le bugie sui comportamenti privati. Quando un potente è accusato di dire delle menzogne o è in grado di giustificarsi, o domanda scusa al popolo, o si dimette”

di Stefano Iucci

“…….La domanda, insomma, è questa: è legittimo e, nel caso, in quale misura l’uso politico della menzogna? Di questo tema assai impegnativo abbiamo discusso con Adriano Prosperi, studioso dell’Età della Controriforma e del gesuitismo – periodi in cui simulazioni e dissimulazioni certo non mancavano – nonché puntuale osservatore della nostra attualità come editorialista di Repubblica. “Credo – argomenta – che pur senza essere legittima, di fatto la menzogna è parte essenziale della politica: lo è nella forma della propaganda, quando si fanno promesse sapendo che non si potranno mantenere; e nella forma del nascondimento o dell’alterazione delle informazioni di cui il potere politico è in possesso. Spesso i documenti di Stato vengono o distrutti o messi a disposizione della pubblica opinione a distanza di sicurezza dai fatti. Così abbiamo saputo solo successivamente che la crisi de missili a Cuba ebbe una storia segreta assai diversa da quella che ci è stata raccontata allora. Il presidente Usa John F. Kennedy si presentò come colui che aveva imposto la ritirata ai russi, laddove in realtà si trattò di un ritiro dei missili bilaterale e concordato: quelli russi a Cuba in cambio di quelli americani in Turchia”.

Tuttavia in questo caso che lei cita si trattò di una scelta dettata dalla ragion di Stato.

Esattamente. E infatti c’è un’enorme distanza fra l’alterazione della verità di una scelta determinata dalla ragion di Stato e le bugie sui comportamenti privati, che riguardano la corruzione dei giudici, l’uso di falsi testimoni, la frequentazione di minorenni e così via. Io credo che quando un potente è accusato di dire delle menzogne o è in grado di giustificarsi o domanda scusa al popolo, o si dimette, poiché si rompe il vincolo fondamentale del patto politico tra il paese e chi è stato scelto dal voto democratico a rappresentarlo, un vincolo fondato sulla fiducia. In questo caso colui che mente deve togliersi di mezzo e, se non lo fa, chi permette che rimanga al suo posto assume su di sé la colpa e la vergogna. L’infamia ricade su tutti noi perché nel tollerare la menzogna modifichiamo le regole della morale pubblica, diventando mentitori noi stessi. Quindi, per ricapitolare, una cosa sono le bugie sui vizi privati, un’altra l’uso del falso nella lotta politica……..”

Cosa pensa, a questo proposito, della famosa battuta di Togliatti: le grandi bugie se le possono permettere solo le grandi istituzioni (Chiesa, grandi partiti, l’Urss)?

La storia, come Dio, non paga tutti i sabati, ma qualche conto è stato saldato. L’Urss è morta. Stalin si è guadagnato un posto eminente nella galleria dei Satana storici. Il “grande partito” di Togliatti è sprofondato in una crisi senza fine trascinando con sé quel poco di rinnovamento morale che gli italiani avevano atteso per il loro paese e affidato alla speranza comunista. Quanto alla Chiesa, la sua “verità” in genere non è verificabile, si colloca al di fuori della vita e della storia in un “altro mondo”. Ma quando ha fatto l’errore di imporre una verità relativa a questo mondo – una verità culturale, scientifica o politica – lo ha pagato: la condanna delle scoperte di Copernico e di Galileo, l’imposizione con la forza di dottrine non solo teologiche ma scientifiche sono stati errori che l’hanno screditata per secoli nella cultura moderna del mondo civile. a clamorosa vicenda della condanna di Galileo l’ha costretta per lungo tempo a tentare di nascondere il suo errore ai fedeli contando sull’ignoranza del popolo. Alla fine ha dovuto, sia pure tortuosamente, chiedere perdono per l’errore (mentre per l’inganno deliberato da parte delle gerarchie non lo ha mai             chiesto).

Lei ha studiato a fondo la Controriforma e l’Inquisizione. Crede che alle radici di un’attitudine nazionale che, a differenza di quanto avviene per esempio nei paesi anglosassoni – e dunque di tradizione protestante –, non sembra tenere in gran conto menzogne e bugie ci sia anche questa matrice culturale profonda?

La storia ha lasciato al popolo italiano pesanti eredità. Sono convinto che esista una tradizione italiana su cui hanno pesato sia la Controriforma sia il fascismo: da noi nessun movimento di popolo ha mai rovesciato sovrani inetti o corrotti o punito governanti fedifraghi. Tuttavia penso che, più ancora di queste vicende passate, pesi soprattutto la corruzione, che non risparmia nessun gruppo sociale e nessuna regione. Anche la nostra ricchezza è una grande menzogna: è evadendo le leggi che gli italiani hanno lasciato alle spalle la povertà. Il paese ha un livello incredibile di consumi senza avere materie prime e un’industria moderna: una ricchezza frutto di un benessere pagato con l’illegalità.

Nella tradizione del pensiero occidentale non esiste solo l’opposizione bugia/verità. La nostra cultura ha conosciuto diverse sfumature, per esempio la verosimiglianza o la “dissimulazione onesta”, che entrambe attenuano la pregnanza della verità e sono ancora una volta di matrice secentesca. Cosa pensa di queste       “attenuazioni”?

La questione ha radici nei fondamenti dell’etica e diramazioni nella morale individuale e politica. Non staremo qui a ricordare la norma evangelica che dovrebbe essere familiare a un paese dove si cita a ogni passo il celebre titolo di Benedetto Croce: Perché non possiamo non dirci cristiani. Quella norma aboliva il giuramento e chiedeva di dire semplicemente sì o no: senza sfumature. In base ad essa il cristiano Berlusconi potrebbe rispondere alle dieci domande postegli da la Repubblica con dieci semplicissimi monosillabi. E lui invece giura, magari sulla testa dei propri figli. E nemmeno è il caso di ricordare i fondamenti di una legge morale kantianamente viva nei nostri cuori, che ci chiede di agire in modo che ogni nostra scelta risponda a un principio universale. Qui si parla, più “banalmente”, di un uso strumentale dell’informazione che è alla base di carriere, successi commerciali e politici. E sappiamo che qui le bugie, le mezze verità, gli inganni involontari e quelli deliberati sono di casa. Averlo detto costò a Niccolò Machiavelli una condanna radicale da parte di tutte le varianti del cristianesimo europeo, il che richiese poi uno sforzo intellettuale durato più di un secolo per elaborare le norme della “ragion di Stato” come etica speciale con cui riconoscere al potere il diritto di mentire……………………………………………………………..”

Un altro tema che, in relazione al rapporto tra verità e bugia, incrocia la nostra storia è quello delle grandi trame, i servizi deviati, le “stragi di Stato”…

Nella lunga storia dei servizi segreti italiani, che comincia col fascismo come ha dimostrato lo storico Mimmo Franzinelli, un tratto fondamentale è quello del loro uso di parte per trame di potere personale e non per la difesa del paese. Noi non abbiamo una “intelligence” ma l’Ovra, il servizio “affari riservati”, la raccolta di schede sui vizi personali e sulle materie per cui il concorrente nella corsa per il potere può essere ricattato. Come ha raccontato Roberto Scarpinato, se non si è corrotti, non si entra nella sfera dei poteri, quale che sia il loro             livello…………………………………………….………………………………………………………”

(da Il Mese)

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